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Marathon - Rassegna Online di Videoarte
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Con la curatela di Alberto Ceresoli prende forma Marathon – Rassegna Online di VideoArte. Il progetto è sostenuto dal Comune di Bergamo, dall’Associazione Bergamo Smart City & Community, dall’Assessore all’Innovazione Giacomo Angeloni e dall’Assessore alla Cultura Nadia Ghisalberti, impegnati in un lavoro che riflette l’attenzione rivolta alle nuove tecnologie e una visione orientata alla definizione di nuove modalità di progettazione culturale. La rassegna accoglie una selezione di 50 opere video con il coinvolgimento di 42 artisti con background e percorsi di ricerca riconosciuti internazionalmente. La rassegna ha l’intento di promuovere pratiche di ricerca e di sperimentazione video e si pone l’obbiettivo di raggiungere non solo operatori di settore e appassionati, ma anche pubblici lontani dal sistema. La piattaforma online con accesso gratuito, può dimostrarsi uno strumento di democratizzazione di un linguaggio che per le sue caratteristiche tecniche avvicina il pubblico a sensibilità e a contenuti con immediatezza, all’interno di una dimensione del reale, quella del contemporaneo, in cui la velocità è onnipresente.

 

Artisti: Alessandro Amaducci, Karin Andersen, APOTROPIA (Antonella Mignone e Cristiano Panepuccia), Virginia Argentero, Mina Azemoudeh, Joao Lucas Baccaro, Barbara Baroncini, Alessandro Bavari, Angelica Bergamini, Francesco Bertocco, Barbara Brugola, Lorenzo Casali e Micol Roubini, Piero Chiariello, Matteo Cremonesi, DEHORS/AUDELA (Salvatore Insana e Elisa Turco Liveri), Salvatore Delle Femmine, Elisabetta Di Sopra, Francesca Fini, Nicola Fornoni, Matteo Gatti, Francesca Leoni, Marta Lodola, Francesca Lolli, Marcantonio Lunardi, Eleonora Manca, Michele Manzini, Saba Masoumian, Antonello Matarazzo, Martina Melilli, Alberta Pellacani, Caterina Erica Shanta, Samantha Stella e Nero Kane, Agata Torelli e Gabriele Gaburro, Virginia Zanetti, Danilo Torre, Davies Zambotti, Cristiana Zeta Rolla.

IN THE HOUSE OF MANTEGNA

Michele Manzini (Verona, 1967)
6’39” 2017

Un limite, un confine. Una prigione, un involucro terroso ed opaco. Questo è il corpo di cui parla Platone nel Fedone, inaugurando la filosofia come l’atto che avrebbe dovuto mettere a morte il corpo stesso, facendo tacere la “fanghiglia barbarica” delle passioni che vi sono racchiuse.  Ma esistono confini che non siano, come ha detto Melville, porosi o sfrangiati? Esiste un ultimo confine oltre il quale non possiamo andare? In un saggio del 1935 intitolato Dell’evasione, Emmanuel Lévinas, ci ricorda come anche la letteratura contemporanea abbia cercato di evadere dall’imperativo di questa ingombrante presenza. Ci appaiono allora le immagini dei corpi che si urtano e si straziano di Kafka; dell’orgia di Gabriele D’Annunzio, come tentativo di sollevarsi oltre il bordo del corpo; dei corpi lacerati di Georges Bataille. Il protagonista di Ritorno dall’India di Abraham Yehoshua è, con la sua passione chirurgica, un dissolutore di confini. La sua ossessione va verso lo sconfinato corpo della Madre, l’opposto del corpo politico, della sua gerarchia e del suo primato genitale, che è l’immagine e la metafora dello Stato e dalla sua organizzazione di cui a lungo argomenterà Foucault. Ma lo scacco a quel corpo avviene sul suo limite. Una volta che esso abbia stabilito un confine, questo anziché escludere genera mescolanze: il confine è il luogo in cui convergono, battono e sciabordano le onde da dentro e da fuori. Freud nel saggio Die Verneinung scriverà: “Questo è esterno e lo voglio incorporare; questo è interno e lo voglio sputare”. Ma con un tratto di genio sarà Friedrich Nietzche a cogliere un’apertura, l’inizio di un percorso possibile definendo il corpo come una pluralità con un solo senso: “… una guerra e una pace; un gregge e un pastore”. Un varco in cui il corpo e le sue ragioni siano al tempo stesso il limite e l’eccedenza, il confine e l’oltranza.

Un limite, un confine. Una prigione, un involucro terroso ed opaco. Questo è il corpo di cui parla Platone nel Fedone, inaugurando la filosofia come l’atto che avrebbe dovuto mettere a morte il corpo stesso, facendo tacere la “fanghiglia barbarica” delle passioni che vi sono racchiuse.  Ma esistono confini che non siano, come ha detto Melville, porosi o sfrangiati? Esiste un ultimo confine oltre il quale non possiamo andare? In un saggio del 1935 intitolato Dell’evasione, Emmanuel Lévinas, ci ricorda come anche la letteratura contemporanea abbia cercato di evadere dall’imperativo di questa ingombrante presenza. Ci appaiono allora le immagini dei corpi che si urtano e si straziano di Kafka; dell’orgia di Gabriele D’Annunzio, come tentativo di sollevarsi oltre il bordo del corpo; dei corpi lacerati di Georges Bataille. Il protagonista di Ritorno dall’India di Abraham Yehoshua è, con la sua passione chirurgica, un dissolutore di confini. La sua ossessione va verso lo sconfinato corpo della Madre, l’opposto del corpo politico, della sua gerarchia e del suo primato genitale, che è l’immagine e la metafora dello Stato e dalla sua organizzazione di cui a lungo argomenterà Foucault. Ma lo scacco a quel corpo avviene sul suo limite. Una volta che esso abbia stabilito un confine, questo anziché escludere genera mescolanze: il confine è il luogo in cui convergono, battono e sciabordano le onde da dentro e da fuori. Freud nel saggio Die Verneinung scriverà: “Questo è esterno e lo voglio incorporare; questo è interno e lo voglio sputare”. Ma con un tratto di genio sarà Friedrich Nietzche a cogliere un’apertura, l’inizio di un percorso possibile definendo il corpo come una pluralità con un solo senso: “… una guerra e una pace; un gregge e un pastore”. Un varco in cui il corpo e le sue ragioni siano al tempo stesso il limite e l’eccedenza, il confine e l’oltranza.

SINFONIA IN ROSSO

Samantha Stella (Genova, 1971)
3’50” 2015

Corpi come pura energia, emergenza contemporanea, supporto immateriale… pelle fredda. Il corpo come pressione sensoriale, corpo come shock. Corpo sterminato, architetture sensoriali, innesti, contaminazione tra dati e teorie, desideri e formule matematiche, accessori come macchine sofisticate e invisibili. E corpi umani, e visioni neoclassiche… La bellezza come geometria di energia pura, che come una identità poetica si disperde e si espande sul corpo…Non uno spettacolo, ma la ‘stazione’ di una ricerca pura, uno studio. Le azioni live di Samantha Stella di Corpicrudi sembra abbiano a che fare con il destino. Romantico, mitico, fratturato, proiettato, smaterializzato… un corpo, quello dell’arte, che segna l’aspirazione ad una visione che vada al di là della produzione dell’oggetto artistico e si manifesti come gesto nella dimensione dell’esistenza. L’opera è concepita, per Samantha Stella, come organismo vivente e centro di irradiazione simbolica, e diviene lo strumento attraverso il quale l’artista crea una visione luminosa. Il corpo dell’opera di Samantha diventa un simbolo, anzi, un processo attraverso cui le energie si scaricano in forme di comportamento istintivamente poetiche. (Francesca Alfano Miglietti)

Corpi come pura energia, emergenza contemporanea, supporto immateriale… pelle fredda. Il corpo come pressione sensoriale, corpo come shock. Corpo sterminato, architetture sensoriali, innesti, contaminazione tra dati e teorie, desideri e formule matematiche, accessori come macchine sofisticate e invisibili. E corpi umani, e visioni neoclassiche… La bellezza come geometria di energia pura, che come una identità poetica si disperde e si espande sul corpo…Non uno spettacolo, ma la ‘stazione’ di una ricerca pura, uno studio. Le azioni live di Samantha Stella di Corpicrudi sembra abbiano a che fare con il destino. Romantico, mitico, fratturato, proiettato, smaterializzato… un corpo, quello dell’arte, che segna l’aspirazione ad una visione che vada al di là della produzione dell’oggetto artistico e si manifesti come gesto nella dimensione dell’esistenza. L’opera è concepita, per Samantha Stella, come organismo vivente e centro di irradiazione simbolica, e diviene lo strumento attraverso il quale l’artista crea una visione luminosa. Il corpo dell’opera di Samantha diventa un simbolo, anzi, un processo attraverso cui le energie si scaricano in forme di comportamento istintivamente poetiche. (Francesca Alfano Miglietti)

DATA IN LUCE

Eleonora Manca (Lucca, 1978)
2’37” 2017

Anche in questo momento si ha addosso una seconda pelle che è insieme conforto e luogo e che ci avvolge in un qualcosa dal quale mai ci separeremo. Un qualcosa che appare come provvisorio, ma che rimodula ogni ricordo e ogni attimo. Le parole, il camminare, l’atto del tessere, intrecciare memorie. Tutto è provvisorio e sta ascoltando l’eco che ci attraversa. La sfocatura del passato, del presente e del futuro non ha più nessuna soluzione di continuità. Indagare le tracce provvisorie di una metamorfosi è pretesto per indagare le incomprensioni e le contraddizioni della memoria stessa.

Anche in questo momento si ha addosso una seconda pelle che è insieme conforto e luogo e che ci avvolge in un qualcosa dal quale mai ci separeremo. Un qualcosa che appare come provvisorio, ma che rimodula ogni ricordo e ogni attimo. Le parole, il camminare, l’atto del tessere, intrecciare memorie. Tutto è provvisorio e sta ascoltando l’eco che ci attraversa. La sfocatura del passato, del presente e del futuro non ha più nessuna soluzione di continuità. Indagare le tracce provvisorie di una metamorfosi è pretesto per indagare le incomprensioni e le contraddizioni della memoria stessa.

RIGENERAZIONE

Francesca Lolli (Perugia, 1976)
5’53” 2017

In questa video performance ci troviamo davanti ad una Pachamama (la Dea della terra, dell’agricoltura e della fertilità venerata dagli Inca) ferita e debilitata che, immergendosi nella terra e nutrendosi di essa, ritrova la fertilità persa e, con essa, il suo potere creativo. In questo senso la figura della donna è avvicinata a quella della Grande Madre intesa come Dea, celebrandone non solo il potere creativo ma cercando di simboleggiare, attraverso la sua figura, la perdita del potere della donna (da qui le ferite), debilitata dall’eterna lotta per il riconoscimento dei propri diritti. La donna è una Grande Madre che non si arrende nonostante le ferite riportate in guerra, è una Dea che lotta per i diritti acquisiti che, nella realtà, acquisiti non sono.

In questa video performance ci troviamo davanti ad una Pachamama (la Dea della terra, dell’agricoltura e della fertilità venerata dagli Inca) ferita e debilitata che, immergendosi nella terra e nutrendosi di essa, ritrova la fertilità persa e, con essa, il suo potere creativo. In questo senso la figura della donna è avvicinata a quella della Grande Madre intesa come Dea, celebrandone non solo il potere creativo ma cercando di simboleggiare, attraverso la sua figura, la perdita del potere della donna (da qui le ferite), debilitata dall’eterna lotta per il riconoscimento dei propri diritti. La donna è una Grande Madre che non si arrende nonostante le ferite riportate in guerra, è una Dea che lotta per i diritti acquisiti che, nella realtà, acquisiti non sono.

LUDI FLORALES

Alessandro Bavari (Latina, 1963)
4’57” 2015

I Ludi Florales erano giochi celebrati nell’antica Roma per onorare la dea Flora. Durante l’epoca repubblicana la festa si svolgeva il 27 aprile. Sotto l’impero i giochi di Flora duravano sei giorni.

I Ludi Florales erano giochi celebrati nell’antica Roma per onorare la dea Flora. Durante l’epoca repubblicana la festa si svolgeva il 27 aprile. Sotto l’impero i giochi di Flora duravano sei giorni.

HELL 23

Samantha Stella (Genova, 1971) e Nero kane (Milano, 1984)
4’15” 2016

Nata dalla suggestione di un viaggio sciamanico nei meandri oscuri dell’Aldilà, Hell23 è dedicata alla figura della Sibilla Cumana, veggente e sacerdotessa della divinità greco-romana Apollo, dio delle Arti, della Musica, della Poesia e della Profezia, ma anche seminatore di morte e distruzione come descritto nell’Iliade di Omero. Spiriti invocati nel sound creato dal musicista Nero Kane con rimando alle colonne sonore dei film Dead Man e Only Lovers Left Alive del regista Jim Jarmusch, e dalle azioni suggestive di Stella.

Nata dalla suggestione di un viaggio sciamanico nei meandri oscuri dell’Aldilà, Hell23 è dedicata alla figura della Sibilla Cumana, veggente e sacerdotessa della divinità greco-romana Apollo, dio delle Arti, della Musica, della Poesia e della Profezia, ma anche seminatore di morte e distruzione come descritto nell’Iliade di Omero. Spiriti invocati nel sound creato dal musicista Nero Kane con rimando alle colonne sonore dei film Dead Man e Only Lovers Left Alive del regista Jim Jarmusch, e dalle azioni suggestive di Stella.

AESTHETICS OF PAIN

Marcantonio Lunardi (Lucca, 1968)
3’37” 2018

L’ormai comune rappresentazione della sofferenza e limite della nostra tolleranza. Il pensiero di Karl Popper, citato all’inizio del video, è una chiave fondamentale per la comprensione di questo lavoro. In una intervista del 13 aprile 1993, il filosofo austriaco affermava che c’è abbastanza violenza nel mondo senza bisogno di inventarne ancora per desensibilizzare le persone. Questo, nella sua concezione, è un inevitabile fattore di distruzione della civiltà. La soglia della nausea e del disgusto si è alzata e allora ecco che all’etica viene sostituita l’estetica del dolore come forma di godimento voyeuristico autorizzato. La riduzione dell’esercizio dell’etica nel processo di percezione sensoriale ci conduce all’affermazione di estetiche anestetizzanti dove i soggetti sono monitorati, fotografati, teletrasmessi al di fuori di qualsiasi empatia o contatto fisico. Uno strumento di osservazione si frappone costantemente tra la sofferenza rappresentata e la carne viva, innalzando una barriera invisibile tra la vita di chi osserva e la morte di chi è rappresentato. Al morente non rimane che rivolgere lo sguardo a noi spettatori nella consapevolezza di una distanza temporale, culturale e fisica che inibisce qualsiasi intervento. Quella che viene messa in scena è l’entropia della comunicazione, il cortocircuito tra la realtà e la sua rappresentazione tanto più indifferente quanto più ostentata e partecipe. I trucchi di scena e gli interventi in postproduzione spingono la fotografia di quest’opera verso una dimensione spiccatamente simbolica. Sono metafora delle immagini che vengono proposte agli spettatori in un gioco di reciproca gratificazione. Rappresentazioni delle rappresentazioni in cui si perde la percezione della realtà. Post verità: immagini costruite che possono essere più autentiche di un evento autentico. La trasmissione televisiva raccontata in questo lavoro si chiude prima nell’apparecchio di sala e poi dentro il nostro stesso monitor segnando l’identificazione dei due strumenti. È la fine della rappresentazione ma anche la fine della sofferenza e dell’umanità stessa che non si manifestano se non all’interno della nostra artificiale visione degli eventi.

L’ormai comune rappresentazione della sofferenza e limite della nostra tolleranza. Il pensiero di Karl Popper, citato all’inizio del video, è una chiave fondamentale per la comprensione di questo lavoro. In una intervista del 13 aprile 1993, il filosofo austriaco affermava che c’è abbastanza violenza nel mondo senza bisogno di inventarne ancora per desensibilizzare le persone. Questo, nella sua concezione, è un inevitabile fattore di distruzione della civiltà. La soglia della nausea e del disgusto si è alzata e allora ecco che all’etica viene sostituita l’estetica del dolore come forma di godimento voyeuristico autorizzato. La riduzione dell’esercizio dell’etica nel processo di percezione sensoriale ci conduce all’affermazione di estetiche anestetizzanti dove i soggetti sono monitorati, fotografati, teletrasmessi al di fuori di qualsiasi empatia o contatto fisico. Uno strumento di osservazione si frappone costantemente tra la sofferenza rappresentata e la carne viva, innalzando una barriera invisibile tra la vita di chi osserva e la morte di chi è rappresentato. Al morente non rimane che rivolgere lo sguardo a noi spettatori nella consapevolezza di una distanza temporale, culturale e fisica che inibisce qualsiasi intervento. Quella che viene messa in scena è l’entropia della comunicazione, il cortocircuito tra la realtà e la sua rappresentazione tanto più indifferente quanto più ostentata e partecipe. I trucchi di scena e gli interventi in postproduzione spingono la fotografia di quest’opera verso una dimensione spiccatamente simbolica. Sono metafora delle immagini che vengono proposte agli spettatori in un gioco di reciproca gratificazione. Rappresentazioni delle rappresentazioni in cui si perde la percezione della realtà. Post verità: immagini costruite che possono essere più autentiche di un evento autentico. La trasmissione televisiva raccontata in questo lavoro si chiude prima nell’apparecchio di sala e poi dentro il nostro stesso monitor segnando l’identificazione dei due strumenti. È la fine della rappresentazione ma anche la fine della sofferenza e dell’umanità stessa che non si manifestano se non all’interno della nostra artificiale visione degli eventi.

SHEDDING

Alessandro Amaducci (Torino, 1967)
07’00” 2010-2018

Lo sguardo della scienza. Scrutare ed essere scrutati. Il mondo artificiale e quello naturale si osservano l’uno dentro l’altro, attraversandosi. Oggetti digitali che fingono di essere umani indagano un corpo reale immerso in un flusso di dati. Il risultato finale dell’esperimento è solo un’ipotesi di corpo che proviene dalla contaminazione dei due mondi.

Lo sguardo della scienza. Scrutare ed essere scrutati. Il mondo artificiale e quello naturale si osservano l’uno dentro l’altro, attraversandosi. Oggetti digitali che fingono di essere umani indagano un corpo reale immerso in un flusso di dati. Il risultato finale dell’esperimento è solo un’ipotesi di corpo che proviene dalla contaminazione dei due mondi.

BIRD VIEW (A GAMING LANDSCAPE)

Caterina Erica Shanta (Landstuhl, 1986)
11’00” 2017

Bird View (a gaming landscape) è una ricerca visiva su un punto di vista, l’occhio a volo d’uccello, focalizzato su una concezione di spazio tridimensionale dato dai nuovi dispositivi low-cost ed accessibili al grande pubblico come i droni telecomandati a distanza. Essi generano una moltitudine d’immagini che gli utenti/giocatori caricano su internet, in una galassia che trasforma la macchina – o il drone del centro commerciale – in un animale perfettamente addestrato.

Bird View (a gaming landscape) è una ricerca visiva su un punto di vista, l’occhio a volo d’uccello, focalizzato su una concezione di spazio tridimensionale dato dai nuovi dispositivi low-cost ed accessibili al grande pubblico come i droni telecomandati a distanza. Essi generano una moltitudine d’immagini che gli utenti/giocatori caricano su internet, in una galassia che trasforma la macchina – o il drone del centro commerciale – in un animale perfettamente addestrato.

POLITIK

Antonello Matarazzo (Avellino, 1962)
2’08” 2017

101 insetti morti, tra immobilità e trasformazione. La polis degli insetti in un mondo interconnesso prima di internet.

101 insetti morti, tra immobilità e trasformazione. La polis degli insetti in un mondo interconnesso prima di internet.

POST REBIS

Alessandro Amaducci (Torino, 1967)
3’40” 2016-17

In una terra desolata qualcuno o qualcosa sta costruendo un nuovo Rebis fatto di carne e tecnologia.

In una terra desolata qualcuno o qualcosa sta costruendo un nuovo Rebis fatto di carne e tecnologia.

ARTURO

Alessandro Bavari (Latina, 1963)
7’08” 2017

LOOKING BACK

Salvatore Delle Femmine (Caserta, 1988)
2’22” 2018

Un processo di sperimentazione assimilabile ad un’alchimia interiore, che si compie mediante la ricerca e la manipolazione di materiale che contiene in sé un valore di ritrovata intimità. Riscoperta di home e found footage, attraverso un approccio che conferisce alla pellicola un chiaro simbolismo storico individuale e collettivo. Soltanto violando tale storicità si può ottenere una autentica interiorizzazione della stessa: la pellicola viene così lacerata con molteplici tecniche di lavorazione che vanno dall’intervento manuale all’uso di agenti chimici. Conclusa questa prima fase di consapevole aggressione del mezzo ne subentra una seconda, fatta di ricerca degli elementi superstiti che emergendo dal caos ne risultano valorizzati.

Un processo di sperimentazione assimilabile ad un’alchimia interiore, che si compie mediante la ricerca e la manipolazione di materiale che contiene in sé un valore di ritrovata intimità. Riscoperta di home e found footage, attraverso un approccio che conferisce alla pellicola un chiaro simbolismo storico individuale e collettivo. Soltanto violando tale storicità si può ottenere una autentica interiorizzazione della stessa: la pellicola viene così lacerata con molteplici tecniche di lavorazione che vanno dall’intervento manuale all’uso di agenti chimici. Conclusa questa prima fase di consapevole aggressione del mezzo ne subentra una seconda, fatta di ricerca degli elementi superstiti che emergendo dal caos ne risultano valorizzati.

{} STOP .

Virginia Argentero (Torino, 1995)
5’24” 2018
Edizioni l’Ariete artecontemporanea

Uno sguardo fisso osserva la realtà che gli scorre davanti. E’ un susseguirsi di immagini. L’inarrestabile corso del tempo, dettato dalla pellicola cinematografica, scandisce il ritmo di un viaggio che si fa ora incalzante e ora contemplativo. La volontà di entrare in contatto con l’oggetto della visione porta con sé la smania di azzerarne la distanza spazio-temporale. L’occhio vorrebbe arrestarne il movimento, immortalarlo per emanciparlo dal tempo e perpetuarne la durata. Ma l’immagine, resa fissa, diviene come un quadro, mera rappresentazione di un reale fotografato, illudendoci di riuscire a cogliere l’inafferrabile.

Uno sguardo fisso osserva la realtà che gli scorre davanti. E’ un susseguirsi di immagini. L’inarrestabile corso del tempo, dettato dalla pellicola cinematografica, scandisce il ritmo di un viaggio che si fa ora incalzante e ora contemplativo. La volontà di entrare in contatto con l’oggetto della visione porta con sé la smania di azzerarne la distanza spazio-temporale. L’occhio vorrebbe arrestarne il movimento, immortalarlo per emanciparlo dal tempo e perpetuarne la durata. Ma l’immagine, resa fissa, diviene come un quadro, mera rappresentazione di un reale fotografato, illudendoci di riuscire a cogliere l’inafferrabile.

TIMEPULSE

Antonella Mignone (Torino, 1980) e Cristiano Panepuccia (Roma, 1979) – APOTROPIA
8’46” 2017

Una riflessione sulla difficoltà di vivere il momento presente prima che diventi memoria, sulla paura nei confronti dell’inesorabile marcia del Tempo.

Una riflessione sulla difficoltà di vivere il momento presente prima che diventi memoria, sulla paura nei confronti dell’inesorabile marcia del Tempo.

SCOMODI DIALOGHI

Davies Zambotti (Milano, 1980)
15’34” 2018

Incessante è lo spazio
che ci separa lungo i rettilinei della notte

Tergicristalli sulla polvere,
come sangue rappreso
in un giorno di fine inverno

Alberi corrono ai bordi di strade,
già viste, mai conosciute
Luoghi senza un luogo
Case senza un nome
Urla senza voce ci riportano a noi come da un sonno d’infanzia

 

Non confido nel diverso
Il diverso sono io!
Busso fuori dal mondo per poter entrare
Busso con le mani appiccicose di brace e pece

 

Tutto mi scorre
Ai fianchi luci alte passano selvagge, forti, noncuranti,
illuminano dettagli che ci appaiono in tutta la loro nudità
Fermarsi?
In un non-luogo non ci si può fermare
In un non-luogo si può entrare?

 

Cavità umana
Rimbombo instabile
Paure costruite come mondi in affitto
Come posti
I posti sicuri, fra le mie dita, le mie ossa

 

Sincopi, bestie si muovono nel buio
di boschi di cemento e aria, respirata lenta,
densa, pesante, asfittica

 

Parole cadono
come grani d’asfalto sul ciglio della strada
Il vuoto sottolinea il buio della notte
Ma è notte?

 

Oggetti corrono nei nostri pensieri
Piccoli, inutili,
di vitale importanza,
dimenticati forse due curve prima

 

Esercitarsi in un alfabeto forzato,
puntellato di paletti, assiomi, costrutti,
onomatopee mai espresse,
Dettami assopiti ci guardano,
giudicano, spiano, nelle nostre profondità

 

Sessioni infinite di immersioni incolori

 

Nulla ci tocca, tutto tace
In questo modo così violento
il cielo pesa, sulle cose, sui pensieri, che vibrano
risalendo le corde vocali
scavandoci dall’interno

 

Le utopie cadono
Sono io a farle cadere?
Ogni metro conquistato è uno scoppio
Deflagare di inutilità
Micce di un domani già passato
Già bruciato
Consumato senza riserve
Nè grazia
Nè gusto

 

Andiamo in un incedere perpetuo
dove solo la fine inizia senza vizi di forma,
in tutta la sua integrità

 

LOOP

Barbara Brugola (Monza, 1965)
8’37” 2017

Loop ha come protagonista un essere umano con la testa d’uccello al quale, percorrendo un sentiero, manca il terreno sotto i piedi e cade, sprofondando sottoterra. La figura femminile rimane dapprima distesa dopo la caduta e in seguito cerca di trovare una via d’uscita. I passi che compie però tracciano una traettoria circolare poiché è come se fosse divisa in due parti, una che vuole procedere in una direzione e l’altra nella direzione opposta. Di fatto quindi non riesce a muoversi, ritornando sempre allo stesso punto. Nell’ambiente che la circonda cominciano a risuonare i rumori di gocce che cadono, sempre più veloci e numerose. Diventano un flusso potente che cresce sempre di più e la trascina fuori dal buio della cavità sotterranea, portandola alla luce della superficie. Esce dall’acqua, barcollante, si guarda intorno e stride, davanti a lei il mare e sopra il cielo immenso. Il vento le riporta uno stridio, qualcuno riponde o è un mero eco?

Loop ha come protagonista un essere umano con la testa d’uccello al quale, percorrendo un sentiero, manca il terreno sotto i piedi e cade, sprofondando sottoterra. La figura femminile rimane dapprima distesa dopo la caduta e in seguito cerca di trovare una via d’uscita. I passi che compie però tracciano una traettoria circolare poiché è come se fosse divisa in due parti, una che vuole procedere in una direzione e l’altra nella direzione opposta. Di fatto quindi non riesce a muoversi, ritornando sempre allo stesso punto. Nell’ambiente che la circonda cominciano a risuonare i rumori di gocce che cadono, sempre più veloci e numerose. Diventano un flusso potente che cresce sempre di più e la trascina fuori dal buio della cavità sotterranea, portandola alla luce della superficie. Esce dall’acqua, barcollante, si guarda intorno e stride, davanti a lei il mare e sopra il cielo immenso. Il vento le riporta uno stridio, qualcuno riponde o è un mero eco?

CROCEVIA

Salvatore Insana (Roma, 1984) e Elisa Turco Liveri (Pavia, 1982) – DEHORS/AUDELA
8’00” 2017

Un rebus audiovisivo, tra cancellazioni, dettagli e mancamenti. Uno spazio da concepire. Un evento da ricostruire. Solo il virtuale può essere ad alta definizione. Non il reale, imperfetto e ambiguo. Crocevia della memoria, della sua opaca (ir)riproducibilità. Uno spartiacque, il punto in cui prendere una decisione. O perderla per sempre. Ogni crocevia è fonte di temporeggiamenti, dibattiti interiori tra una parte e l’altra, tra una direzione e la sua opposta. Negli interstizi tra corpo e natura, ogni soluzione ingannerà il tuo percorso. Quale direzione perdere?

Un rebus audiovisivo, tra cancellazioni, dettagli e mancamenti. Uno spazio da concepire. Un evento da ricostruire. Solo il virtuale può essere ad alta definizione. Non il reale, imperfetto e ambiguo. Crocevia della memoria, della sua opaca (ir)riproducibilità. Uno spartiacque, il punto in cui prendere una decisione. O perderla per sempre. Ogni crocevia è fonte di temporeggiamenti, dibattiti interiori tra una parte e l’altra, tra una direzione e la sua opposta. Negli interstizi tra corpo e natura, ogni soluzione ingannerà il tuo percorso. Quale direzione perdere?

YELLOW BRICK ROAD

Francesca Fini (Roma, 1970)
4’47” 2017

Riuscirà Dorothy Gale a raggiungere la città di Smeraldo? La Gerusalemme Terrestre si sovrappone alla Gerusalemme Celeste, in questa videoperformance in cui il percorso verso la conoscenza, raccontato da un famoso libro di formazione, diventa impervio, scivoloso, faticosissimo. Nel video, girato proprio a Gerusalemme durante una residenza d’artista, il sentiero di mattoni gialli è un tappeto di vernice sgargiante mescolata a olio d’oliva, che l’artista, nei panni di Dorothy Gale, deve attraversare senza cadere, e ogni volta che cade deve tornare indietro e ricominciare da capo. Una performance viscerale fatta di caparbietà e resistenza fisica. Una performance che distilla il messaggio finale – ma non consolatorio – del film: qualunque sia la tua fede, sotto qualsiasi forma si nasconda il tuo Mago personale, noi rimaniamo creature che con fatica e dolore cercano la propria strada. E in questo dobbiamo rimanere solamente, e anche pienamente, umani.

Riuscirà Dorothy Gale a raggiungere la città di Smeraldo? La Gerusalemme Terrestre si sovrappone alla Gerusalemme Celeste, in questa videoperformance in cui il percorso verso la conoscenza, raccontato da un famoso libro di formazione, diventa impervio, scivoloso, faticosissimo. Nel video, girato proprio a Gerusalemme durante una residenza d’artista, il sentiero di mattoni gialli è un tappeto di vernice sgargiante mescolata a olio d’oliva, che l’artista, nei panni di Dorothy Gale, deve attraversare senza cadere, e ogni volta che cade deve tornare indietro e ricominciare da capo. Una performance viscerale fatta di caparbietà e resistenza fisica. Una performance che distilla il messaggio finale – ma non consolatorio – del film: qualunque sia la tua fede, sotto qualsiasi forma si nasconda il tuo Mago personale, noi rimaniamo creature che con fatica e dolore cercano la propria strada. E in questo dobbiamo rimanere solamente, e anche pienamente, umani.

UNUSUAL JOURNEY

Marcantonio Lunardi (Lucca, 1968)
3’22” 2017

Il lavoro di Lunardi, che prima d’ora non aveva mai fatto parlare i suoi personaggi, si apre con una parola: “nuota”, subito seguita da una frase: “io sono umano”. Queste parole sono tutte pronunciate nelle lingue africane dei protagonisti. L’opera infatti racconta del loro viaggio e dei paradossi con cui la loro esperienza viene percepita in Occidente. Un uomo africano che nuota davanti a una videocamera collegata a un televisore che mostra la scena a un uomo caucasico seduto in poltrona. È questo il cortocircuito messo in scena da Lunardi che segue il percorso dei richiedenti asilo politico in Europa. Nel video le vicende di ciascuno di loro diventano, di fronte all’opinione pubblica, un vestito da cui non riescono più a liberarsi come le coperte termiche che li avvolgono al loro arrivo.

Il lavoro di Lunardi, che prima d’ora non aveva mai fatto parlare i suoi personaggi, si apre con una parola: “nuota”, subito seguita da una frase: “io sono umano”. Queste parole sono tutte pronunciate nelle lingue africane dei protagonisti. L’opera infatti racconta del loro viaggio e dei paradossi con cui la loro esperienza viene percepita in Occidente. Un uomo africano che nuota davanti a una videocamera collegata a un televisore che mostra la scena a un uomo caucasico seduto in poltrona. È questo il cortocircuito messo in scena da Lunardi che segue il percorso dei richiedenti asilo politico in Europa. Nel video le vicende di ciascuno di loro diventano, di fronte all’opinione pubblica, un vestito da cui non riescono più a liberarsi come le coperte termiche che li avvolgono al loro arrivo.

MUM I’M SORRY

Martina Melilli (Padova, 1987)
17’00” 2017

Sono gli oggetti recuperati dalle tasche, i vestiti, i foglietti di carta nascosti a parlare delle vite di queste persone, delle loro speranze, del loro passato e di quello che pensavano di costruire: ci sono portafogli pieni di fotografie. Facce di madri, di mogli, di figli. Ci sono liste di numeri di telefono, biglietti, lettere, profili Facebook da contattare. Ci sono pagelle scolastiche, tessere universitarie, passaporti. Ci sono scatole con delle medicine, magliette di squadre di calcio europee, anelli, telefoni, ricordi. (Cristina Cattaneo, medico legale e antropologa forense)

Sono gli oggetti recuperati dalle tasche, i vestiti, i foglietti di carta nascosti a parlare delle vite di queste persone, delle loro speranze, del loro passato e di quello che pensavano di costruire: ci sono portafogli pieni di fotografie. Facce di madri, di mogli, di figli. Ci sono liste di numeri di telefono, biglietti, lettere, profili Facebook da contattare. Ci sono pagelle scolastiche, tessere universitarie, passaporti. Ci sono scatole con delle medicine, magliette di squadre di calcio europee, anelli, telefoni, ricordi. (Cristina Cattaneo, medico legale e antropologa forense)

ORO

Joao Lucas Baccaro (Recife, 1994)
5’03” 2017

Il Fornaio ed il suo coadiuvante:
“Non so cosa ci facciano questi signori sempre a fotografare il nostro operato.”
“Prendono spunti sul nostro artigianato, sulla nostra storia e cultura, questo fanno.”
“Per fortuna ci sono loro, i turisti. Mi è capitato di avere persone che mi hanno lasciato
anche 150 dirham; hanno apprezzato la nostra artigianalità, il frutto del mio sudore. Non
sento di avere rubato loro denaro.”
“ I nostri connazionali non ci fanno nulla, nemmeno apprezzano la nostra professione, anzi
la bistrattano.”
“ Smettila di lamentarti sempre”
“Ma quali lamentele? Non capisci che qui apprezzano di più gli estranei il nostro mestiere
che i locali?”
“ Il pane è frutto di Dio e delle mie forze, questo apprezzano!”
“Cosa significa questo? Perché ci dovrebbero mance?”
“Non capisci. Non sono mance, ma un modo per riconoscere il nostro lavoro.”
“Esatto, basta adesso. E chissà quanto ci dará questo signore.”
“Secondo me non più di 10 dirham.”
“Che cosa ci compreremo con 10 dirham?”
“Un caffè? Una sigaretta sfusa?”
“Appunto quindi cosa faremo qualora ci daranno così poco?”
“Lo manderemo affanculo.”

Il Fornaio ed il suo coadiuvante:
“Non so cosa ci facciano questi signori sempre a fotografare il nostro operato.”
“Prendono spunti sul nostro artigianato, sulla nostra storia e cultura, questo fanno.”
“Per fortuna ci sono loro, i turisti. Mi è capitato di avere persone che mi hanno lasciato
anche 150 dirham; hanno apprezzato la nostra artigianalità, il frutto del mio sudore. Non
sento di avere rubato loro denaro.”
“ I nostri connazionali non ci fanno nulla, nemmeno apprezzano la nostra professione, anzi
la bistrattano.”
“ Smettila di lamentarti sempre”
“Ma quali lamentele? Non capisci che qui apprezzano di più gli estranei il nostro mestiere
che i locali?”
“ Il pane è frutto di Dio e delle mie forze, questo apprezzano!”
“Cosa significa questo? Perché ci dovrebbero mance?”
“Non capisci. Non sono mance, ma un modo per riconoscere il nostro lavoro.”
“Esatto, basta adesso. E chissà quanto ci dará questo signore.”
“Secondo me non più di 10 dirham.”
“Che cosa ci compreremo con 10 dirham?”
“Un caffè? Una sigaretta sfusa?”
“Appunto quindi cosa faremo qualora ci daranno così poco?”
“Lo manderemo affanculo.”

OVERSHOOT DAY

Nicola Fornoni (Brescia, 1990)
9’40” 2017

A torso nudo, in una cava di marmo, Nicola Fornoni solleva un bicchiere contenente un goccio di acqua, solo con la forza dei muscoli facciali. Live durational di un’ora e mezza in una giornata di ottobre. L’Overshoot day è il giorno che scandisce la fine delle risorse naturali mondiali adoperate dall’uomo durante l’anno.

A torso nudo, in una cava di marmo, Nicola Fornoni solleva un bicchiere contenente un goccio di acqua, solo con la forza dei muscoli facciali. Live durational di un’ora e mezza in una giornata di ottobre. L’Overshoot day è il giorno che scandisce la fine delle risorse naturali mondiali adoperate dall’uomo durante l’anno.

WATNA (TRAVELLING ON THE LUNAR SURFACE) – TEASER

Lorenzo Casali (Varese, 1980) e Micol Roubini (Milano, 1982)
7’03” 2016

A bordo di una nave cargo. Due fratelli olandesi sulla sessantina. I volti e i corpi segnati dal lavoro di una vita a contatto coi fiumi: il Reno, il Meno, il Danubio, la Mosa… Sono nati sull’acqua e la nave è la loro unica casa. Watna misura ottantasei metri di lunghezza, undici di larghezza e altrettanti di profondità. Harrie e Leon sono soli sulla nave e le giornate sono lunghe, le ore si susseguono scandite dalle mansioni quotidiane. Il paesaggio scorre con un passo regolare, lentissimo e inesorabile, di dodici, tredici kilometri orari. Dall’imbarcazione, le rive del fiume, su cui si alternano aree boschive e industriali, villette e castelli, città e porti, sembrano lontane, quasi luoghi di un mondo parallelo separati dalla massa d’acqua scura. Sulla barca i pasti sono solitari e non c’è giorno di riposo: il Watna non può fermare la sua corsa contro il tempo da un porto all’altro. Per una nave così vecchia e lenta il guadagno sul trasporto delle materie prime basta appena a coprire i costi del viaggio.

A bordo di una nave cargo. Due fratelli olandesi sulla sessantina. I volti e i corpi segnati dal lavoro di una vita a contatto coi fiumi: il Reno, il Meno, il Danubio, la Mosa… Sono nati sull’acqua e la nave è la loro unica casa. Watna misura ottantasei metri di lunghezza, undici di larghezza e altrettanti di profondità. Harrie e Leon sono soli sulla nave e le giornate sono lunghe, le ore si susseguono scandite dalle mansioni quotidiane. Il paesaggio scorre con un passo regolare, lentissimo e inesorabile, di dodici, tredici kilometri orari. Dall’imbarcazione, le rive del fiume, su cui si alternano aree boschive e industriali, villette e castelli, città e porti, sembrano lontane, quasi luoghi di un mondo parallelo separati dalla massa d’acqua scura. Sulla barca i pasti sono solitari e non c’è giorno di riposo: il Watna non può fermare la sua corsa contro il tempo da un porto all’altro. Per una nave così vecchia e lenta il guadagno sul trasporto delle materie prime basta appena a coprire i costi del viaggio.

A GLIMMERING DARKNESS – TEASER

KARIN ANDERSEN (Burghausen, 1966)
3’57” 2018

A Glimmering Darkness (Teaser) è uno studio di personaggi, ambientazioni e mood per un feature film in fase di preparazione, basato su un racconto di Gianluca Di Dio e sostenuto della Kulturstiftung des Freistaates Sachsen (Fondazione per la Cultura della Regione Sassonia). Un lavoro che si muove lungo il labile confine tra videoarte e cinema, esplorando le vicende di una piccola comunità di figure bizzarre e anarchiche che brancolano in un’oscurità fervidamente creativa, lontana dai bagliori della società dei consumi.

A Glimmering Darkness (Teaser) è uno studio di personaggi, ambientazioni e mood per un feature film in fase di preparazione, basato su un racconto di Gianluca Di Dio e sostenuto della Kulturstiftung des Freistaates Sachsen (Fondazione per la Cultura della Regione Sassonia). Un lavoro che si muove lungo il labile confine tra videoarte e cinema, esplorando le vicende di una piccola comunità di figure bizzarre e anarchiche che brancolano in un’oscurità fervidamente creativa, lontana dai bagliori della società dei consumi.

DADALOOP

Francesca Fini (Roma, 1970)
9’59” 2015

Una ratatouille dadaista di immagini in cui il cibo diventa sogno – oppure incubo – e il riflesso di diete schizofreniche nella cornice claustrofobica di un autoritratto. Il film mette in scena una serie di surreali trompe l’oeil all’interno di un paesaggio artificiale 3D in cui un linguaggio ibridato mette insieme clip video originali – interpretate dall’artista stessa – e animazioni realizzate con un collage di immagini tratte da famose opere d’arte che riguardano il cibo.

Una ratatouille dadaista di immagini in cui il cibo diventa sogno – oppure incubo – e il riflesso di diete schizofreniche nella cornice claustrofobica di un autoritratto. Il film mette in scena una serie di surreali trompe l’oeil all’interno di un paesaggio artificiale 3D in cui un linguaggio ibridato mette insieme clip video originali – interpretate dall’artista stessa – e animazioni realizzate con un collage di immagini tratte da famose opere d’arte che riguardano il cibo.

EGOCRAZIA

Francesca Leoni (Forlì, 1972)
8’25” 2015

Le dinamiche del potere che si esplicano attraverso un gioco infantile. Sin dalla tenera età l’uomo viene educato al potere, per soddisfare sé stesso e il proprio ego. Un gioco dal quale non si può uscire intatti.

Le dinamiche del potere che si esplicano attraverso un gioco infantile. Sin dalla tenera età l’uomo viene educato al potere, per soddisfare sé stesso e il proprio ego. Un gioco dal quale non si può uscire intatti.

DANCING IN THE SWAMP

Saba Masoumian (Teheran, 1982)
4′ 58” 2015

Una cavalletta enorme che non si sa da dove sia arrivata, forse morta mentre cercava del cibo o riposo dopo sforzi immani, o forse uccisa da uomini che l’hanno incrociata e colpita con l’ostilità cieca che si riserva alle cose a noi più lontane e sconosciute.

Una cavalletta enorme che non si sa da dove sia arrivata, forse morta mentre cercava del cibo o riposo dopo sforzi immani, o forse uccisa da uomini che l’hanno incrociata e colpita con l’ostilità cieca che si riserva alle cose a noi più lontane e sconosciute.

DRY GROUND SEA

Saba Masoumian (Teheran, 1982)
7’27” 2016

Le nostre case con tutti gli oggetti, gli affetti e le passioni che vi teniamo dentro, sono un posto sicuro, un rifugio dalla natura che ci spaventa. / In apparenza tutte le cose e gli oggetti che creiamo noi uomini sembrano essere al nostro servizio, ma siamo noi ad esserne schiavi, vittime dello stesso bisogno che ci ha spinto a crearli e che ci porta a perdere l’attenzione per le cose più vere che circondano le nostre vite. / Una farfalla che si posa delicatamente sul corpo di una capra macellata, consolando l’anima dell’animale appena morto, attraverso il proprio buon gesto rompe lo schema di rapporto che c’è tra forza e debolezza. / È pesante uccidere un animale per il nostro bisogno – di sfamarsi o vestirsi – così come è un atto di forza consumare la materia di cui è fatto il nostro pianeta, dandole forma a nostro uso e consumo: rendersi conto di questo è l’inizio del percorso di liberazione, il primo segno della propria crescita interiore.

Le nostre case con tutti gli oggetti, gli affetti e le passioni che vi teniamo dentro, sono un posto sicuro, un rifugio dalla natura che ci spaventa. / In apparenza tutte le cose e gli oggetti che creiamo noi uomini sembrano essere al nostro servizio, ma siamo noi ad esserne schiavi, vittime dello stesso bisogno che ci ha spinto a crearli e che ci porta a perdere l’attenzione per le cose più vere che circondano le nostre vite. / Una farfalla che si posa delicatamente sul corpo di una capra macellata, consolando l’anima dell’animale appena morto, attraverso il proprio buon gesto rompe lo schema di rapporto che c’è tra forza e debolezza. / È pesante uccidere un animale per il nostro bisogno – di sfamarsi o vestirsi – così come è un atto di forza consumare la materia di cui è fatto il nostro pianeta, dandole forma a nostro uso e consumo: rendersi conto di questo è l’inizio del percorso di liberazione, il primo segno della propria crescita interiore.

SNAGS IN PALLADIO

Michele Manzini (Verona, 1967)
6’38” 2016

Quando Valéry scrive il suo Faust la sua preoccupazione è quella di introdurre nel racconto un po’ “di verità, un nulla di vita, di carne…”. Se la vita è assente dal testo, la verità non ha più oggetto: non ha più luogo. È necessario portare il pensiero in prossimità del pathos da cui ha preso origine e ritornare alle domande che sono state sbiadite dalla troppa luce in cui si è librato, sublimato, dimenticando l’ombra che risiede nel soggetto e che è l’alone di ogni cosa e di ogni spazio che abitiamo. Il pensiero che rimuove il corpo è il pensiero che rinuncia all’amore, e che con esso si nega alle domande capitali sulla sofferenza, sulla morte, sulla felicità. Questo è il pensiero che ha perduto ogni dimensione etica, ogni rapporto con il bene e con il male. La sua sapienza è ottusa, perché non conosce ferita.

Quando Valéry scrive il suo Faust la sua preoccupazione è quella di introdurre nel racconto un po’ “di verità, un nulla di vita, di carne…”. Se la vita è assente dal testo, la verità non ha più oggetto: non ha più luogo. È necessario portare il pensiero in prossimità del pathos da cui ha preso origine e ritornare alle domande che sono state sbiadite dalla troppa luce in cui si è librato, sublimato, dimenticando l’ombra che risiede nel soggetto e che è l’alone di ogni cosa e di ogni spazio che abitiamo. Il pensiero che rimuove il corpo è il pensiero che rinuncia all’amore, e che con esso si nega alle domande capitali sulla sofferenza, sulla morte, sulla felicità. Questo è il pensiero che ha perduto ogni dimensione etica, ogni rapporto con il bene e con il male. La sua sapienza è ottusa, perché non conosce ferita.

THE CARE

Elisabetta Di Sopra (Pordenone, 1969)
2’38” 2018

La cura dell’altro. Sia quando ci presentiamo alla vita sia quando ci affidiamo alla morte.

La cura dell’altro. Sia quando ci presentiamo alla vita sia quando ci affidiamo alla morte.

PNEUMA (TRIPTYQUE)

Antonello Matarazzo (Avellino, 1962)
2’33” 2015

Pneuma (soffio vitale) analizza la soglia tra immobilità e trasformazione, evidenziando la lenta mutazione di un ulivo secolare, rappresentato nel dettaglio del tronco in contrapposizione analogica al volto di un anziano contadino. La varietà di forme della corteccia fa dell’ulivo, forse più di ogni altra specie vegetale, un albero antropomorfo che trova una quasi istintiva equivalenza, nel volto di un anziano rugoso contadino. Il morphing del volto e delle tortuose formazioni lignee sono metafora del costante sacrificio che le due forme di vita (uomo-albero) compiono nella loro esistenza. Forme organiche di potente valore simbolico, assorbite nel ciclo inesorabile della natura, dove tutto si trasforma e niente si distrugge.

Pneuma (soffio vitale) analizza la soglia tra immobilità e trasformazione, evidenziando la lenta mutazione di un ulivo secolare, rappresentato nel dettaglio del tronco in contrapposizione analogica al volto di un anziano contadino. La varietà di forme della corteccia fa dell’ulivo, forse più di ogni altra specie vegetale, un albero antropomorfo che trova una quasi istintiva equivalenza, nel volto di un anziano rugoso contadino. Il morphing del volto e delle tortuose formazioni lignee sono metafora del costante sacrificio che le due forme di vita (uomo-albero) compiono nella loro esistenza. Forme organiche di potente valore simbolico, assorbite nel ciclo inesorabile della natura, dove tutto si trasforma e niente si distrugge.

WHOMAN

Cristiana Zeta Rolla (Venezia, 1982)
20’00” 2017

Chi sono?

Sono meno stesso
se non trovo risposta?

Sono più me stesso
se trovi risposta?

Chi sono?

Sono meno stesso
se non trovo risposta?

Sono più me stesso
se trovi risposta?

REMEMBER

Angelica Bergamini (Viareggio, 1973)
2’18” 2018

Remember where you come from. Remember where you belong.

Remember where you come from. Remember where you belong.

ESPIAZIONE

Francesca Lolli (Perugia, 1976)
5’10” 2018

Espiazione è una video performance che si apre con l’immagine di alcuni uomini che piangono. Le lacrime raccolte danno inizio ad un rito di purificazione che innesca una riflessione sul valore salvifico del pentimento, che si trasforma in un materiale prezioso quale l’oro. Ma, se è vero che al pentimento segue l’espiazione, è pur vero che rimane la sofferenza che ogni espiazione porta con sé.

Espiazione è una video performance che si apre con l’immagine di alcuni uomini che piangono. Le lacrime raccolte danno inizio ad un rito di purificazione che innesca una riflessione sul valore salvifico del pentimento, che si trasforma in un materiale prezioso quale l’oro. Ma, se è vero che al pentimento segue l’espiazione, è pur vero che rimane la sofferenza che ogni espiazione porta con sé.

ARISE

Marta Lodola (Borgosesia, 1985)
11’18” 2017

L’azione del cucire appartiene alla mia vita per tradizione. Mia madre e mia nonna mi hanno insegnato a cucire bottoni da bambina. Porto con me questo gesto come segno inconfondibile della mia persona e della mia femminilità. / Un evento drammatico: un mio excompagno ha usato violenza sulla mia persona, e quando ho avuto la forza e la lucidità di capire ciò che mi era successo ci sono andata attraverso, abbandonandolo e reagendo. Tempo dopo sono riuscita a comprendere l’enorme ferita che portavo dentro e l’esperienza negativa si è trasformata in un segno inconfondibile della vera me. / Durante l’azione compongo gradualmente la frase “Through my fears I’ve found myself”, dove il processo di scrittura è formato dalla duplicità di razionalità e istinto. L’equilibrio tra questi due aspetti dell’individuo è il sottile limite in cui pongo la natura di questa azione, dove l’aspetto meditativo e catartico si mischia con l’obbiettivo di generare significato. Il linguaggio corporeo si mischia a quello verbale, componendo diversi livelli di esperienza che riflettono sulla ricerca della nostra vera identità. Nulla è separato, ma tutto è in relazione.

L’azione del cucire appartiene alla mia vita per tradizione. Mia madre e mia nonna mi hanno insegnato a cucire bottoni da bambina. Porto con me questo gesto come segno inconfondibile della mia persona e della mia femminilità. / Un evento drammatico: un mio excompagno ha usato violenza sulla mia persona, e quando ho avuto la forza e la lucidità di capire ciò che mi era successo ci sono andata attraverso, abbandonandolo e reagendo. Tempo dopo sono riuscita a comprendere l’enorme ferita che portavo dentro e l’esperienza negativa si è trasformata in un segno inconfondibile della vera me. / Durante l’azione compongo gradualmente la frase “Through my fears I’ve found myself”, dove il processo di scrittura è formato dalla duplicità di razionalità e istinto. L’equilibrio tra questi due aspetti dell’individuo è il sottile limite in cui pongo la natura di questa azione, dove l’aspetto meditativo e catartico si mischia con l’obbiettivo di generare significato. Il linguaggio corporeo si mischia a quello verbale, componendo diversi livelli di esperienza che riflettono sulla ricerca della nostra vera identità. Nulla è separato, ma tutto è in relazione.

ECHOES OF A FORGOTTEN EMBRACE

Antonella Mignone (Torino, 1980) e Cristiano Panepuccia (Roma, 1979)
4’00” 2016

Echoes of a Forgotten Embrace trae ispirazione dal concetto di memoria emotiva, raffigurando l’incontro di due amanti in una dimensione liminale: un luogo in cui i movimenti, conservando la memoria del passato, creano l’immagine di una sintesi dell’intera azione. Il video è stato realizzato utilizzando un mix di tecniche quali body projection, light painting, real time randomization e animazione.

Echoes of a Forgotten Embrace trae ispirazione dal concetto di memoria emotiva, raffigurando l’incontro di due amanti in una dimensione liminale: un luogo in cui i movimenti, conservando la memoria del passato, creano l’immagine di una sintesi dell’intera azione. Il video è stato realizzato utilizzando un mix di tecniche quali body projection, light painting, real time randomization e animazione.

LOVESONG

Barbara Baroncini (Bologna, 1989)
1’19” 2018

Coppie di innamorati ricevono in dono un piccolo fischietto per allodole e lo suonano con un bacio. L’opera si concretizza in un video che riprende le coppie mentre suonano il richiamo, mettendo in atto un rituale amoroso. Una richiesta che si muove, in parte, da reminiscenze letterarie tratte dalla citazione di Romeo e Giulietta di William Shakespeare. La notte è il tempo dell’amore nella vita della coppia che si deve separare perché l’allodola ha annunciato l’arrivo del giorno. L’allodola è l’araldo del mattino, nella simbologia letteraria è il primo uccello a levarsi in volo al sorgere del sole e a segnare il passaggio tra la notte e il giorno. Barbara Baroncini ha costruito una dimensione poetica nella quale l’amore potesse durare a lungo e tendere verso l’infinito. L’artista ha modificato il richiamo incidendo sul bordo esterno un “giro” di stelle, pensando che queste potessero annullare idealmente l’arrivo del giorno. Lovesong è un progetto esteso che non ha un limite di tempo preciso. Lovesong coinvolge più coppie di amanti, nelle quali l’artista riconosce un valore e un potere particolare nel sentimento che le lega.

Coppie di innamorati ricevono in dono un piccolo fischietto per allodole e lo suonano con un bacio. L’opera si concretizza in un video che riprende le coppie mentre suonano il richiamo, mettendo in atto un rituale amoroso. Una richiesta che si muove, in parte, da reminiscenze letterarie tratte dalla citazione di Romeo e Giulietta di William Shakespeare. La notte è il tempo dell’amore nella vita della coppia che si deve separare perché l’allodola ha annunciato l’arrivo del giorno. L’allodola è l’araldo del mattino, nella simbologia letteraria è il primo uccello a levarsi in volo al sorgere del sole e a segnare il passaggio tra la notte e il giorno. Barbara Baroncini ha costruito una dimensione poetica nella quale l’amore potesse durare a lungo e tendere verso l’infinito. L’artista ha modificato il richiamo incidendo sul bordo esterno un “giro” di stelle, pensando che queste potessero annullare idealmente l’arrivo del giorno. Lovesong è un progetto esteso che non ha un limite di tempo preciso. Lovesong coinvolge più coppie di amanti, nelle quali l’artista riconosce un valore e un potere particolare nel sentimento che le lega.

OISEAU REBELLE – DANS LE FLUX

Virgina Zanetti (Fiesole, 1981)
2’21” 2015

[…] Alcuni musicisti suonano immersi nel fiume. Si stabilisce un legame tra il fluire della musica e lo scorrere incessante dell’acqua. L’energia dell’acqua, il suo suono pervasivo, si fondono con quella degli strumenti. La musica si associa con l’elemento naturale e diventa un fluire essa stessa, come se tra tecnologia e natura non ci fosse alcuna separazione, come nelle epoche mitiche in cui si voleva che le ninfe fossero stregate dal suono del flauto dei satiri. I musicisti interpretano l’aria Habanera dalla Carmen di Bizet. La storia della donna uccisa per la sua indipendenza è un inno alla libertà in tutte le sue accezioni: l’amore come la creatività, l’ispirazione artistica, l’aria, l’acqua non si possono costringere, racchiudere, conservare, vendere o possedere, perché sono degli uccelli ribelli. Che poi l’acqua sia anche immagine della distruzione e della fine, dallo tsunami alle alluvioni di cui i cambiamenti climatici moltiplicano le immagini sui media, non fa altro che gettare un senso di fragilità, un sospetto di precarietà, che è da una parte la stessa precarietà dell’artista, dall’altra dell’intero mondo in cui viviamo (Fabio Cavallucci)


[…] Alcuni musicisti suonano immersi nel fiume. Si stabilisce un legame tra il fluire della musica e lo scorrere incessante dell’acqua. L’energia dell’acqua, il suo suono pervasivo, si fondono con quella degli strumenti. La musica si associa con l’elemento naturale e diventa un fluire essa stessa, come se tra tecnologia e natura non ci fosse alcuna separazione, come nelle epoche mitiche in cui si voleva che le ninfe fossero stregate dal suono del flauto dei satiri. I musicisti interpretano l’aria Habanera dalla Carmen di Bizet. La storia della donna uccisa per la sua indipendenza è un inno alla libertà in tutte le sue accezioni: l’amore come la creatività, l’ispirazione artistica, l’aria, l’acqua non si possono costringere, racchiudere, conservare, vendere o possedere, perché sono degli uccelli ribelli. Che poi l’acqua sia anche immagine della distruzione e della fine, dallo tsunami alle alluvioni di cui i cambiamenti climatici moltiplicano le immagini sui media, non fa altro che gettare un senso di fragilità, un sospetto di precarietà, che è da una parte la stessa precarietà dell’artista, dall’altra dell’intero mondo in cui viviamo (Fabio Cavallucci)

LUCE SUL MARE

Piero Chiariello (Napoli, 1972)
4’16” 2015

CAMMINARE SULL’ACQUA

Alberta Pellacani (Modena, 1964)
3’22” 2016

Macchie come nuvole verdi nell’orizzonte del piano visivo s’inchinano e si allontanano come attori sulla scena. Flusso di palinsesti e tracce naturali del territorio, a confine tra natura e civiltà, si sciolgono in frammenti come all’indefinita fragilità degli uomini. Il video è ricerca fenomenologica dell’essenza immediata dell’immagine. Modalità d’indagine come libertà e apertura alla comprensione della volontà altrui. Il video è una pratica d’indagine visiva che guarda alla comprensione della volontà altrui, palinsesti di piena natura e luoghi edificati, in costante distonia/armonia.

Macchie come nuvole verdi nell’orizzonte del piano visivo s’inchinano e si allontanano come attori sulla scena. Flusso di palinsesti e tracce naturali del territorio, a confine tra natura e civiltà, si sciolgono in frammenti come all’indefinita fragilità degli uomini. Il video è ricerca fenomenologica dell’essenza immediata dell’immagine. Modalità d’indagine come libertà e apertura alla comprensione della volontà altrui. Il video è una pratica d’indagine visiva che guarda alla comprensione della volontà altrui, palinsesti di piena natura e luoghi edificati, in costante distonia/armonia.

THE BREEZE BLOWS HIGH

Alberta Pellacani (Modena, 1964)
5’59” 2018

Nominare le cose è come controllare, chiudere ciò che designano. Non si può circoscrivere la ‘brezza’, non è possibile bloccare lo spirito. Ascoltare il soffio della brezza è come ascoltarne l’invisibile suono e vederla scompigliare le cime degli alberi, passare tra i nostri capelli, sorvolare le nostre città alla ricerca di un quieto luogo. Questo corto è un invito a osservare ciò che non siamo in grado di vedere, sentirne la voce pur non sapendo ‘da dove viene e dove va’.

Corpi come pura energia, emergenza contemporanea, supporto immateriale… pelle fredda. Il corpo Nominare le cose è come controllare, chiudere ciò che designano. Non si può circoscrivere la ‘brezza’, non è possibile bloccare lo spirito. Ascoltare il soffio della brezza è come ascoltarne l’invisibile suono e vederla scompigliare le cime degli alberi, passare tra i nostri capelli, sorvolare le nostre città alla ricerca di un quieto luogo. Questo corto è un invito a osservare ciò che non siamo in grado di vedere, sentirne la voce pur non sapendo ‘da dove viene e dove va’.

CROCODILE

Matteo Cremonesi (Milano, 1986)
7’31” 2017

Il lavoro si struttura attorno ad un unica lunga ripresa del soggetto in un momento qualsiasi della sua quotidianità. Priva di eventi significanti e di narrazione la ripresa riporta i ‘tempi reali’ dell’osservazione.

Il lavoro si struttura attorno ad un unica lunga ripresa del soggetto in un momento qualsiasi della sua quotidianità. Priva di eventi significanti e di narrazione la ripresa riporta i ‘tempi reali’ dell’osservazione.

GREEN PYTHON

Matteo Cremonesi (Milano, 1986)
7’31” 2017

Il lavoro si struttura attorno ad un unica lunga ripresa del soggetto in un momento qualsiasi della sua quotidianità. Priva di eventi significanti e di narrazione la ripresa riporta i ‘tempi reali’ dell’osservazione.

Il lavoro si struttura attorno ad un unica lunga ripresa del soggetto in un momento qualsiasi della sua quotidianità. Priva di eventi significanti e di narrazione la ripresa riporta i ‘tempi reali’ dell’osservazione.

LUANA

Agata Torelli (Casal Maggiore, 1995) e Gabriele Gaburro (Roma, 1989)
5’56” 2017

Il lavoro nasce durante il periodo di residenza presso la Fondazione Baldi di Pelago (FI) che ha posto agli artisti una traccia oggetto di riflessione: il ruolo dell’isolamento nella formazione dell’artista. Su questa indicazione Agata Torelli e Gabriele Gaburro hanno scelto di lavorare in una vecchia fabbrica di Pelago, abitandola con gesti privi di senso e di uno scopo.

Il lavoro nasce durante il periodo di residenza presso la Fondazione Baldi di Pelago (FI) che ha posto agli artisti una traccia oggetto di riflessione: il ruolo dell’isolamento nella formazione dell’artista. Su questa indicazione Agata Torelli e Gabriele Gaburro hanno scelto di lavorare in una vecchia fabbrica di Pelago, abitandola con gesti privi di senso e di uno scopo.

VACUUM

Salvatore Insana (Roma, 1984) e Elisa Turco Liveri (Pavia, 1982) – DEHORS/AUDELA
3’04” 2018

Vacuum è nato dall’attraversamento visivo di uno spazio-tempo, archeologia industriale nel pieno del suo fulgore regressivo. Ancora una lotta contro la sovranità prestabilita. Il fascino del dismesso e il fare esperienza dell’assenza fanno i conti con la memoria. Con gli strascichi e i riverberi che chi è passato ha lasciato suo malgrado prima dell’abbandono. Tracce inimmaginabili del predecessore a corto di futuro. Nulla di più affollato di una cattedrale nel deserto.

Vacuum è nato dall’attraversamento visivo di uno spazio-tempo, archeologia industriale nel pieno del suo fulgore regressivo. Ancora una lotta contro la sovranità prestabilita. Il fascino del dismesso e il fare esperienza dell’assenza fanno i conti con la memoria. Con gli strascichi e i riverberi che chi è passato ha lasciato suo malgrado prima dell’abbandono. Tracce inimmaginabili del predecessore a corto di futuro. Nulla di più affollato di una cattedrale nel deserto.

BOLO RAAZ

Mina Azemoudeh (Shiraz, 1987)
13’27” 2018

La presenza di sé in due diverse geografie. Le riprese sono fatte tra Bologna e Shiraz.

La presenza di sé in due diverse geografie. Le riprese sono fatte tra Bologna e Shiraz.

IN THE BACKWARD OF TIME

Danilo Torre (Catania, 1978)
10’37” 2017

Video ispirato al genere sinfonia urbana, una revisione di questo genere in chiave post-moderna; è classificabile come documentario. Il titolo è preso da un versetto di W. Shakespeare “The Tempest”, che racconta la storia di Prospero, il mago e il vero duca di Milano. Come le manipolazioni magiche di Prospero, questo video impiegherà alcuni “trucchi” cinematografici come i spostamenti di tempo, le digressioni (flashback) e le astrazioni visive per descrivere lo sviluppo della città di Milano, attraverso i grattacieli sulle costruzioni. Il film termina con una visione dei “Sette Palazzi Celesti”, un’opera monumentale di Anselm Kiefer, un detournament di un’opera d’arte tridimensionale: l’opera monumentale diventa una visione di un futuro distopico o di un ipotetico mondo parallelo.

Video ispirato al genere sinfonia urbana, una revisione di questo genere in chiave post-moderna; è classificabile come documentario. Il titolo è preso da un versetto di W. Shakespeare “The Tempest”, che racconta la storia di Prospero, il mago e il vero duca di Milano. Come le manipolazioni magiche di Prospero, questo video impiegherà alcuni “trucchi” cinematografici come i spostamenti di tempo, le digressioni (flashback) e le astrazioni visive per descrivere lo sviluppo della città di Milano, attraverso i grattacieli sulle costruzioni. Il film termina con una visione dei “Sette Palazzi Celesti”, un’opera monumentale di Anselm Kiefer, un detournament di un’opera d’arte tridimensionale: l’opera monumentale diventa una visione di un futuro distopico o di un ipotetico mondo parallelo.

NATIONAL CENTER

Francesco Bertocco (Milano, 1983)
8’15” 2016

CNAO (Centro Nazionale di Adroterapia Oncologica), costruito nel 2000, è l’unico centro in Italia con lo scopo di curare i tumori mediante l’impiego di protoni e di ioni carbonio, particelle appartenenti alla categoria degli adroni. Qui il sincrotone agisce a livello cellulare all’interno del corpo umano, ridefinendone la sua materia. “National Center” è un’esplorazione di questo immenso corpo, attraverso le sue superfici.

CNAO (Centro Nazionale di Adroterapia Oncologica), costruito nel 2000, è l’unico centro in Italia con lo scopo di curare i tumori mediante l’impiego di protoni e di ioni carbonio, particelle appartenenti alla categoria degli adroni. Qui il sincrotone agisce a livello cellulare all’interno del corpo umano, ridefinendone la sua materia. “National Center” è un’esplorazione di questo immenso corpo, attraverso le sue superfici.

L’ANTROPOFAGIA, IN FONDO, È UNA QUESTIONE CELLULLARE

Matteo Gatti (Varese, 1989)
15’10” 2016

Il lavoro costruisce una triangolazione tra linguaggio, cannibalismo e chirurgia, tre elementi accumunati, in misura diversa, dall’idea di dominio e determinazione gerarchica. Il video si compone di materiale originale e materiale d’archivio, in modo particolare è stata realizzata una selezione di video provenienti da DVD che vengono regolarmente distribuiti a chirurghi specialisti che illustrano le più recenti tecniche mediche. La narrazione è strutturata per livelli visivi e di significato. L’immagine si trova al vertice del lavoro; i differenti quadri (o finestre) che si creano sullo schermo, in molti casi fluttuano sulla superficie, dando modo di affacciarsi a diverse dimensioni narrative. Particolare attenzione è data alle macchine mediche che producono immagini (rettoscopi, monitor per ecografie, lenti a infrarossi) osservando come la medicina, al pari del cinema, non possa prescindere dalla prospettiva scopofila. Nel video si alterna un inglese fortemente tecnico/medico e un italiano goffo, stentato, deturpato, che ipotizza (attraverso rimandi antropologici e psicoanalitici) una parentela tra cannibalismo e linguaggio, considerati strumenti di dominio. L’avvicendarsi di particolari interni del corpo attraverso strumenti ottici chirurgici e di particolari di corpi di modelle si risolve, nel finale, con il concetto di autofagia, principio cellulare presente in tutti gli esseri viventi (chiamato anche cannibalismo cellulare) grazie al quale è possibile la vita. Linguaggio cannibalismo e chirurgia trovano dunque la loro sublimazione nei corpi.

Il lavoro costruisce una triangolazione tra linguaggio, cannibalismo e chirurgia, tre elementi accumunati, in misura diversa, dall’idea di dominio e determinazione gerarchica. Il video si compone di materiale originale e materiale d’archivio, in modo particolare è stata realizzata una selezione di video provenienti da DVD che vengono regolarmente distribuiti a chirurghi specialisti che illustrano le più recenti tecniche mediche. La narrazione è strutturata per livelli visivi e di significato. L’immagine si trova al vertice del lavoro; i differenti quadri (o finestre) che si creano sullo schermo, in molti casi fluttuano sulla superficie, dando modo di affacciarsi a diverse dimensioni narrative. Particolare attenzione è data alle macchine mediche che producono immagini (rettoscopi, monitor per ecografie, lenti a infrarossi) osservando come la medicina, al pari del cinema, non possa prescindere dalla prospettiva scopofila. Nel video si alterna un inglese fortemente tecnico/medico e un italiano goffo, stentato, deturpato, che ipotizza (attraverso rimandi antropologici e psicoanalitici) una parentela tra cannibalismo e linguaggio, considerati strumenti di dominio. L’avvicendarsi di particolari interni del corpo attraverso strumenti ottici chirurgici e di particolari di corpi di modelle si risolve, nel finale, con il concetto di autofagia, principio cellulare presente in tutti gli esseri viventi (chiamato anche cannibalismo cellulare) grazie al quale è possibile la vita. Linguaggio cannibalismo e chirurgia trovano dunque la loro sublimazione nei corpi.